lunedì 7 dicembre 2009

'cos looking back it was easy

Oggi era giorno di macchine nere. Altri giorni sono le gru che volteggiano implaccabili tra cielo e terra: e penso a coloro che ne salgono le scale fino alla cabina, che le scendono e tornano a casa, che bevono una birra con gli amici. Cosa sentono, com'è il loro stare bene o male. Ma oggi non toccava alle gru, o ai camionisti, passavano troppe macchine nere: Mercedes e Porsche e tutte le Audi mie sognate, Panda nere, Smart TotalBlack, Mégane e vecchie Ritmo, Cinquecento and so on. Che significa, mi sono detta, quando guardi il nero, gli storni e le loro danze, le ombre negli androni, dietro le finestre delle case? Significa silenzio, ricerca di uno stare ovattata, significa mimetizzarmi nella notte; devo fermarmi, attraversare qualcosa.

sabato 5 dicembre 2009

Quando quando quando

E' un periodo questo di rabbia. Rimanere chiusa in macchina in un ingorgo monstre, guardando i miei colleghi automuniti chini sui cellulari e sul punto di piangere o di urlare, i guizzanti motoristi disperati, gli autisti dell'autobus rassegnati, mi fa chiedere: "Ma cos'è? Perché prima questo non era mai successo? Dove sono i vigili (insomma, nemmeno potevano fare molto.)?".

Sono arrivata a casa come il vinto in una battaglia medievale e non mi aspettava nessun camino caldo.

Pensavo a quanto questa città che adoro è diventata invivibile con gli anni. A come non c'è a mio avviso volontà di rendere migliore la viabilità (non a pezzetti, ma con un piano complessivo da applicare circoscrizione per circoscrizione) l'illuminazione, la segnaletica (i semafori "tappati" dagli alberi... le strisce pedonali invisibili di giorno e di notte... le buche...).

Per la prima volta mi sono sentita pensare: "Vado via". "Ti odio."
Mi costerà recuperarmi.

domenica 4 ottobre 2009

Il tagliatore



Villa Celimontana è un parco semplice, uno dei tanti che a Roma sono dominati da un villone (in questo caso ospitante la Società Geografica Italiana) dipinto nei soliti rosa-e-crema o mattone-e-crema, con i soliti vasi di bosso e gli archi rinascimentali, e il travertino che diventa rosa a ottobre e bianco stupefacente ad agosto. Il parco ha degli alberi stupendi e centenari, erba dove riposare dopo un picnic improvvisato di domenica, fontane e vasche con le solite 20 carpette e una carpa-squalo (controllate le vasche con le carpe. C'è sempre una gigante), parco bambini e tantissima polvere. Negli estremi di una immaginaria linea tra le due entrate, ci sono Santa Maria in Domnica e San Pietro e Paolo, tra le chiese più antiche e più belle di Roma: e capita spesso di vedere neosposi buttati in aria dagli amici o la coppia che fa finta di essere separata dai gruppi di parenti sotto gli occhi di un immaginativo (sic) fotografo di matrimoni, mentre il sole picchia implaccabile, ad imperituro ricordo di cotanta emozione. Ma nel parco ci possono essere anche famosi festival di jazz estivi, mesti primi-maggio e moltitudinarie manifestazioni: oggi, terrorizzati standisti aspettavano, nella frechezza della mattina autunnale, l'avvio di La campagna in città.

Sento nominare, alla gente che passeggia, mentre gironzolo tra mieli alla fragola e gelati cacio-e-pepe*, certe cose che attivano alcune zone del cervello e non altre; non ovunque, soltanto qui, in una zona delimitata dagli acquedotti romani e dalle strade consolari che partono a raggiera fino ai confini del mondo conosciuto. Mattina o sera, le lucine si accendono su certe parole, che sono sicura avrà sentito persino il Villani: panino con la porchetta.

La fila è sempre sterminata agli stand di ogni manifestazione in cui si mangia. Gli addetti, sopraffatti; i bambini, scatenati. Odore di porchetta appena tirata fuori dalla carta marrone, dalle umili cordicelle. Il tagliatore di porchetta è un colosso che compie un sacrificio non diverso da quelli degli achei nelle pianure di fronte a Troia: ma qui agli dei non è offerto niente. Siamo noi, gli dei. Ci allontaniamo con i nostri panini, inebriati e dimentichi di offese e di vendette, di clangore ed orgoglio delle armi, unti e ignaramente felici nel sole autunnale.

*il gelato sapeva di buon pecorino ed aveva pezzetti di pepe. Una libidine. Ci sono andata, alla casa madre, nel pomeriggio, e non riuscivo ad uscire (alla ricotta de pecora, per esempio. Ero paralizzata da quanto è buono). Al momento lo metto in alto alla mia classifica delle gelaterie romane.

lunedì 14 settembre 2009

Garage ospiti - Da 1 a 29

Non sono cattiva, io. E' soltanto che non dimentico. Da qualche parte, in un cassettino tra tanti ricordi che so di avere e che stanno lì pronti per la vecchiaia, c'è anche quella volta che mi hai ignorato ostentatamente, che mi hai ferito, che ti sei permesso. Passa il tempo. Il ricordo dorme.

Poi un giorno, come in un cartone animato, c'è un gran fuoco di artificio di risveglio, e soprattutto quei collegamenti tra ragione ed emozione, infinitesimali, a noi quasi sempre sconosciuti fin quando non si rivelano in un'azione: nel disegno che mi faccio di questi nanotempi c'è qualcosa di oltre-la-velocità-del-suono che percorre il corpo intero, senza che io ne abbia alcun potere né conoscenza; divento lucida sicuramente, brillo di luce propria in un istante di potenza a me stessa nascosta, e poi, con un gesto della mano morbida, tra l'elegante ed il puro scimmiesco, rifiuto un invito, l'offerta di una pasta, uno sguardo pieno dell'umano che sei.

Non me ne sono accorta, lo giuro. Mi sveglio nella notte. C'è qualcosa che mi preoccupa, un gesto che ho fatto, un successivo sguardo, l'aria poi gelida..... quanto è meraviglioso il cervello che ricostruisce ogni pezzo... alla fine, annientata, diversa da me stessa, mi cerco negli specchi con in mano una tazza di caffé vecchio, come una madre che attende, frastornata dal sonno e dal silenzio, un impossibile ritorno.

martedì 23 giugno 2009

Sono viva abbastanza (cit.)

E' pericoloso, il cielo nero così, di un grigio canna di fucile, no, azzurrino, no, color vestito di venti estati fa; devo accostare con la macchina, cercare una inquadratura che non c'è, invidiare la possibilità degli addetti alle gru di salire fino a dove i miei occhi vorrebbero stare, farmi venire un microcolpo di emozione per quanto sembrano più intensi i colori degli alberi contro le spatolate stratificate in verticale, con in fondo filini di pioggia che sembrano innocui.

Il cielo così, sono io, questa inquietudine e mutabilità, la voglia di starsene sdraiati a bordo di qualcosa (un campetto di fiori, il mare) e sentire il tempo che passa, che ripulisce e risana, forma quella sensazione che da piccoli sentivamo "vacanza". Il cielo così ci rende silenziosi; vedo in giro le persone che guardano in su e interrogano inconsciamente le nuvole strascinate, torreggianti, spizzicate, puntinate, cumulate una sull'altra come i materassi della principessa. Persino quella donna che attraversa, con il cane tirante il guinzaglio, elegante come un disegno di Gruau, e che mi guarda mentre sta per accendersi una sigaretta che annuvolerà per un lungo secondo le labbra rosse.

Il cielo così è la città, la sento sospesa in attesa di una chiarezza meteorologica. Una urgenza la percorre, di accelerare i giorni, di riempirsi di parcheggi vuoti e di cicale. Passeggio tornando a casa sotto i ligustri scoppianti di profumo, e penso ad agosto, al cielo di porcellana blu sulle rovine e il sonnecchiare del fiume.

domenica 21 giugno 2009

Era uno sguardo morbido come un bacio

Li guardo, quanto spesso, e spesso senza vederli; nel traffico, tra gli scaffali dei supermercati e perfino al lavoro, quel luogo dove pochi guardano dentro gli occhi. Vedo gli sguardi e vedo in fondo agli sguardi, in quel secondo esatto s'incontrano due mondi, così vicini, in quel momento, da generare una bruciatura; vorrei fermarmi, avere un tempo extra, quel che tutti in un dato o in certi dati momenti vogliamo così intensamente. Un'infinitudine.

Per quei momenti vale, nella mia lista di cose per cui vale, anche la giornata che passa senza gloria, oppure anche la sera in cui sono abbattuta, oppure quei momenti in cui tutti da me vogliono qualcosa e mi sento sfilare il sangue dalle vene; per quei momenti va vissuta la vita. Nel pomeriggio fresco di oggi, nel addormentata lentezza delle strade di domenica, oggi mi hanno guardato, in quel tal modo; e ancora vago, insonne, per i luoghi consueti, in preda a un desiderio che non so nominare.

domenica 8 marzo 2009

Oggetto di malinconia

Si mise a suonare la Waldstein, e fu preso dalla smania, il furore, la bellezza piena di energia. Poggiato sul pianoforte, su di un Blackberry aperto su Twitter poteva seguire gli aggiornamenti di lei; la vedeva aggirarsi per la cucina, in pigiama e vestaglia, mentre lottava con sé stessa su quando cominciare un lavoro di correzione che sarebbe durato tutta la notte. Le spalle, che tante volte aveva accarezzato, erano sicuramente alte nella tensione. Scrisse che beveva un thé, rimandando la decisione, e lui, gli occhi chiusi sul finale del primo movimento, sentiva l'odore affumicato del Lapsang Souchong, spegneva le luci dietro di lei, l'accompagnava per il corridoio in penombra fino allo scrittoio dove, sapeva, avrebbe accesso una luce dal paralume verde.

La mani di lei non erano per la tastiera. Erano mani per la terra e per modellare un cuore: il suo tocco apriva il sole, oppure lo chiudeva in una collezione di nuvole gialle e rosa su di un cielo così turchese da togliere ogni pensiero, da permettere la nostalgia; e così lui sognava spesso di poterle tenere tra le sue, e che poi si perdessero negli angoli e le ombre del suo corpo. Sentiva il momento in cui apriva una pagina bianca e si metteva a scrivere, e lo sbuffo di sempre davanti al testo.

Salì e scese un gruppo di note, fu deciso e poi morbido sugli accordi. Le dita cercavano e contenevano il motivo principale, che tornava e prendeva le forme di quella volta che l'aveva pettinata in giardino... Ora, quasi alla fine, sentii la sua assenza: tornavano altri odori, e la luce su tutto. Lei scriveva: "si sente mancare per l'assenza di qualcuno che ama. stasera sarà difficile sopportare il passo della notte". Lasciando incompiuta la sonata, si affacciò al balcone, a guardare le luci della città che tremavano come stelle colorate nelle sue lacrime.

venerdì 6 marzo 2009

Comunicazione di servizio_25

Blog temporaneamente paralizzato per manutenzione della qui scrivente, anche se ogni tanto mi affaccio al solito Twitter.

Nota per te che leggi ed improvvisamente, perché è ora di pappa, hai fame: La Montecarlo è veramente una pizzeria da provare (per poi adottare, per sempre). Esci e vai. Davanti a te passeranno frotte di studenti francesi e gruppi organizzati con la guida, coppie di danesi e famiglie che hanno lasciato il SUV sul lungotevere (bambini paralizzati e genitori che scrivono compulsivamente messaggi al cellulare ipertecnologico e parlano di incontrare a-s-s-o-lu-ta-mente Tizio o Caio altrimenti la cosa non decolla) e forse vedrai, nel centro di Roma, giocare a pallone due bambini, davanti, nel vicolo: e se chiedi loro di che squadra sono... beh.... I camerieri sono bionici come in tutte le vere pizzerie e rosticcerie romane. La saletta ribolle a tutte le ore del giorno di gente che parla, mangia, entra ed esce, e il rumore delle sedie e dei pesanti tavoli di legno copre ogni possibile conversazione seria: non andare lì a dichiararti alla tua ragazza, o per discutere di fisica teorica. Pensa soltanto che sei, più o meno, nel Colosseo della pizza di Roma.

E ti può capitare, come a me, di addentare la tua margherita mentre vieni osservato dalla foto di un bell'attore romano-de-Roma che mangia gli spaghetti...

lunedì 23 febbraio 2009

Musica concreta

Ancora, negli occhi, l'immagine di un gigantesco stormo di storni che mi passa sopra (e il rumore delle loro ali mi ricorda quello delle onde del mare) mentre come al solito zig-zaggo su Via di TorCervara tentando di evitare le buche. Loro si muovono, io mi muovo - un tempo non misurabile in cui mi viene la vertigine, come tutte le volte che prendo coscienza del fatto che tutto si muove contemporaneamente e nulla sta fermo - e con la coda dell'occhio, ora sul curvone della rampa di accesso, ora sull'autostrada, li vedo posarsi sugli alberi della Cervelletta e rimanere lì, sui rami spogli, come tante note, come un ammasso di stelle in negativo; mentre io, che non posso volare, stringo gli occhi e i denti di rabbia.

E voglio immaginare che un giorno, forse, sono stata anch'io capace di volare, e mentre passavo sopra una macchina impolverata ho intravisto la luce del sole riflettersi in degli occhiali, ed è stata una gioia da storno, un secondo di essere, insieme, vivi.

lunedì 16 febbraio 2009

Una sei tu

Alle volte non riesco a parlare. Rimango così chiusa che poche persone, persone vere, possono riaprirmi e farmi risorridere. Alle volte non basta pensare, curiosare, amar fare delle cose, parlare delle cose che si amano, emozionarsi. Come se ci fosse, in certi periodi, un dissennatore in casa, nebbioso e freddo, dietro alla porta. Sono lunghi periodi, sempre uguali, rischiarati da pochissimo sole.

E' perché fa freddo e odii il freddo.
E' perché non lo senti ma lo pensi.
E' perché vorresti ma non vuoi, e insomma in fondo ti sta bene.
E' perché sono le dieci passate e vorresti fossero altre dieci passate, altrove.
E' perché la solitudine a volte è bella quanto sterile.

Oh, basta con gli alti lai. Meglio un buon sonno, per adesso.