Sono viva abbastanza (cit.)
E' pericoloso, il cielo nero così, di un grigio canna di fucile, no, azzurrino, no, color vestito di venti estati fa; devo accostare con la macchina, cercare una inquadratura che non c'è, invidiare la possibilità degli addetti alle gru di salire fino a dove i miei occhi vorrebbero stare, farmi venire un
microcolpo di emozione per quanto sembrano più intensi i colori degli alberi contro le spatolate stratificate in verticale, con in fondo
filini di pioggia che sembrano innocui.
Il cielo così, sono io, questa inquietudine e mutabilità, la voglia di starsene sdraiati a bordo di qualcosa (un campetto di fiori, il mare) e sentire il tempo che passa, che ripulisce e risana, forma quella sensazione che da piccoli sentivamo "vacanza". Il cielo così ci rende silenziosi; vedo in giro le persone che guardano in su e interrogano inconsciamente le nuvole strascinate, torreggianti, spizzicate, puntinate, cumulate una sull'altra come i materassi della principessa. Persino quella donna che attraversa, con il cane tirante il guinzaglio, elegante come un disegno di
Gruau, e che mi guarda mentre sta per accendersi una sigaretta che annuvolerà per un lungo secondo le labbra rosse.
Il cielo così è la città, la sento sospesa in attesa di una chiarezza meteorologica. Una urgenza la percorre, di
accelerare i giorni, di riempirsi di parcheggi vuoti e di cicale. Passeggio tornando a casa sotto i ligustri scoppianti di profumo, e penso ad agosto, al cielo di porcellana blu sulle rovine e il sonnecchiare del fiume.
Era uno sguardo morbido come un bacio
Li guardo, quanto spesso, e spesso senza vederli; nel traffico, tra gli scaffali dei supermercati e perfino al lavoro, quel luogo dove pochi guardano dentro gli occhi. Vedo gli sguardi e vedo in fondo agli sguardi, in quel secondo esatto s'incontrano due mondi, così vicini, in quel momento, da generare una bruciatura; vorrei fermarmi, avere un tempo extra, quel che tutti in un dato o in certi dati momenti vogliamo così intensamente. Un'
infinitudine.
Per quei momenti vale, nella mia lista di cose per cui vale, anche la giornata che passa senza gloria, oppure anche la sera in cui sono abbattuta, oppure quei momenti in cui tutti da me vogliono qualcosa e mi sento sfilare il sangue dalle vene; per quei momenti va vissuta la vita. Nel pomeriggio fresco di oggi, nel addormentata lentezza delle strade di domenica, oggi mi hanno guardato, in quel tal modo; e ancora vago, insonne, per i luoghi consueti, in preda a un desiderio che non so nominare.
Oggetto di malinconia
Si mise a suonare la
Waldstein, e fu preso dalla smania, il furore, la bellezza piena di energia. Poggiato sul pianoforte, su di un Blackberry aperto su Twitter poteva seguire gli aggiornamenti di lei; la vedeva aggirarsi per la cucina, in pigiama e vestaglia, mentre lottava con sé stessa su quando cominciare un lavoro di correzione che sarebbe durato tutta la notte. Le spalle, che tante volte aveva accarezzato, erano sicuramente alte nella tensione. Scrisse che beveva un thé, rimandando la decisione, e lui, gli occhi chiusi sul finale del primo movimento, sentiva l'odore affumicato del
Lapsang Souchong, spegneva le luci dietro di lei, l'accompagnava per il corridoio in penombra fino allo scrittoio dove, sapeva, avrebbe accesso una luce dal paralume verde.
La mani di lei non erano per la tastiera. Erano mani per la terra e per modellare un cuore: il suo tocco apriva il sole, oppure lo chiudeva in una collezione di nuvole gialle e rosa su di un cielo così turchese da togliere ogni pensiero, da permettere la nostalgia; e così lui sognava spesso di poterle tenere tra le sue, e che poi si perdessero negli angoli e le ombre del suo corpo. Sentiva il momento in cui apriva una pagina bianca e si metteva a scrivere, e lo sbuffo di sempre davanti al testo.
Salì e scese un gruppo di note, fu deciso e poi morbido sugli accordi. Le dita cercavano e contenevano il motivo principale, che tornava e prendeva le forme di quella volta che l'aveva pettinata in giardino... Ora, quasi alla fine, sentii la sua assenza: tornavano altri odori, e la luce su tutto. Lei scriveva: "
si sente mancare per l'assenza di qualcuno che ama. stasera sarà difficile sopportare il passo della notte". Lasciando incompiuta la sonata, si affacciò al balcone, a guardare le luci della città che tremavano come stelle colorate nelle sue lacrime.
Comunicazione di servizio_25
Blog temporaneamente paralizzato per manutenzione della qui scrivente, anche se ogni tanto mi affaccio al solito
Twitter.
Nota per te che leggi ed improvvisamente, perché è ora di pappa, hai fame:
La Montecarlo è veramente una pizzeria da provare (per poi adottare, per sempre). Esci e vai. Davanti a te passeranno frotte di studenti francesi e gruppi organizzati con la guida, coppie di danesi e famiglie che hanno lasciato il SUV sul lungotevere (bambini paralizzati e genitori che scrivono compulsivamente messaggi al cellulare ipertecnologico e parlano di incontrare a-s-s-o-lu-ta-mente Tizio o Caio altrimenti la cosa non decolla) e forse vedrai, nel centro di Roma, giocare a pallone due bambini, davanti, nel vicolo: e se chiedi loro di che squadra sono... beh.... I camerieri sono bionici come in tutte le vere pizzerie e rosticcerie romane. La saletta ribolle a tutte le ore del giorno di gente che parla, mangia, entra ed esce, e il rumore delle sedie e dei pesanti tavoli di legno copre ogni possibile conversazione seria: non andare lì a dichiararti alla tua ragazza, o per discutere di fisica teorica. Pensa soltanto che sei, più o meno, nel Colosseo della pizza di Roma.
E ti può capitare, come a me, di addentare la tua margherita mentre vieni osservato dalla foto di un
bell'attore romano-de-Roma che mangia gli spaghetti...
Musica concreta
Ancora, negli occhi, l'immagine di un gigantesco stormo di storni che mi passa sopra (e il rumore delle loro ali mi ricorda quello delle onde del mare) mentre come al solito zig-
zaggo su Via di
TorCervara tentando di evitare le buche. Loro si muovono, io mi muovo - un tempo non
misurabile in cui mi viene la vertigine, come tutte le volte che prendo coscienza del fatto che tutto si muove contemporaneamente e nulla sta fermo - e con la coda dell'occhio, ora sul
curvone della rampa di accesso, ora sull'autostrada, li vedo posarsi sugli alberi della
Cervelletta e rimanere lì, sui rami spogli, come tante note, come un ammasso di stelle in negativo; mentre io, che non posso volare, stringo gli occhi e i denti di rabbia.
E voglio immaginare che un giorno, forse, sono stata
anch'io capace di volare, e mentre passavo sopra una macchina impolverata ho intravisto la luce del sole riflettersi in degli occhiali, ed è stata una gioia da storno, un secondo di essere, insieme, vivi.
Una sei tu
Alle volte non riesco a parlare. Rimango così chiusa che poche persone, persone vere, possono riaprirmi e farmi risorridere. Alle volte non basta pensare, curiosare, amar fare delle cose, parlare delle cose che si amano, emozionarsi. Come se ci fosse, in certi periodi, un
dissennatore in casa, nebbioso e freddo, dietro alla porta. Sono lunghi periodi, sempre uguali, rischiarati da pochissimo sole.
E' perché fa freddo e odii il freddo.
E' perché non lo senti ma lo pensi.
E' perché vorresti ma non vuoi, e insomma in fondo ti sta bene.
E' perché sono le dieci passate e vorresti fossero altre dieci passate, altrove.
E' perché la solitudine a volte è bella quanto sterile.
Oh, basta con gli alti lai. Meglio un buon sonno, per adesso.
Fenomenologia del(la) tifoso(a)
Oggi è cominciato il
6 Nazioni. E da come mi comporto mi rendo conto che dopo un po' di anni sto diventando come quei signori che vedevo passeggiare da piccola, la domenica pomeriggio con la radiolina nell'orecchio a sentire le partite di calcio. Io che sono una tipa 100% controlled, mi ritrovo a sbuffare, a mettermi le mani in faccia quando ci sono gli errori, ad arrabiarmi con l'avversario, a saltare quando si fanno le mete sofferte e così via. Ma oggi, con la solita squadra che perde la palla o lascia aperto uno spazio stupidamente all'avversario, e anche se questa squadra è l'Inghilterra che di solito gioca un rugby fantastico, alla fine ero affranta, ero con loro che si sono difesi come leoni.
Per dire, così affranta che nemmeno ho voglia di fare la torta del sabato
mentre-vedo-la-partita.
E vi condivido
qualcuno dei miei
links dedicati.
Camminare il mondo con le scarpe basse
Ci sono giorni come oggi, che se rappresentati sarebbero una gran tazza da thé di tempo: li tengo nelle mani, guardo altrove, soffio sul fumo profumato. Occupo tutto il cielo e la terra in questo mio vivere alle volte così sospesa che non saprei dire nemmeno il mio nome ad un amico; sono introflessa ed estromessa a me. Guardo nella metro, là nel fondo degli occhi altrui - dove qualche volta trovo personcine nascoste, veri sguardi in cui vince la passione e che mi lasciano stanca come da ogni lotta emozionale - cercando uno sguardo che mi riconosca, che mi costruisca, subito, perché intanto mi sto trascinando fuori sulla scala mobile, mi sento uno scivolare a rovescio di liquido vitale, mi fotografo in parole mentre immagino cadere dalle mie mani i libri appena comprati, sparire le pareti luminose dell'atrio, un girare di colori che brancola, diventa buio e riaffiora in un altrove di nuvole; istanti di malessere. Togliti, ragione, lasciami sfiorare quel mondo esprimibile soltanto a parole, e soltanto dagli scrittori mancati.
-
Mi può dire che ora è, per favore? - è una ragazzina col bomber bianco e capelli già tinti di nero corvino. Dietro a lei passano le righe delle luci del traffico. Le nuvole si muovono.
-
Le cinque e mezza, circa.-
Grazie.Incidente banale che mi riversa in me, come in quei sogni in cui ho l'impressione di cadere su me stessa e poi svegliarmi. Il giubotto ancora trema, il sangue si ferma, le cellule mi aspettano. Viene giù dai tetti ormai sfuocati una notte blu. Il risveglio è accompagnato da un profumo di spezie che mette in moto ogni sistema e mi porta, con il vecchio sorriso interno che mi tengo per me sola, per me sorella, verso casa...
Il mercato che fu di Gargantua
Un banchetto.Ci sono due modi di affrontare il mercato di Porta Portese: con o senza i soldi. Con, preparatevi prima una lista - in un momento di serenità - di cose che vi piacerebbe avere, che vi farebbero felici. La lista può essere lunga e avete a disposizione tutto il tempo: tanto, c'è tutto. Senza, vestitevi comodi e siate pronti a sognare e a sorridere. Attraversate la
porta.
Intorno al mercato ci sono sempre cani e gabbiani. La strada, che nella settimana è uno dei tanti anonimi nastri asfaltati malati di doppiafila e motorini, prima diventa una Champs-Elysées del vestiario a buon mercato, collane e cinturone, scarpe e porchettari. Poi si restringe, inghiotte ragazzi con capelli da
mod e vocianti sudamericane che fanno dell'acquisto di un orchidea una gioia stellare, bambini gemelli nei passegini e gli onnipresenti pizzardoni bardati di ogni loro bene tecnologico. Poi si biforca e mostra tutte le piume: vestiti da teatro, lustrini e libri vecchi, dvd in torri da 100, montagne di pentolame, cocorite e colletti
hand-made di cuoio rosso, interminabili montagne di pietre dure e fili di perle ed occhiali ed un altro porchettaro con i cartelli scritti sulla carta oleata. E poi giù tavolini con la base fatta da rose dorate, armadi, un vecchio fax, avori e lucidalabbra, il banchetto dei guanti, ferramenta spicciola e finte
Dr. Martens. Sei perso, sei finito, in ognuno dei due modi gli occhi ti si sono riempiti così tanto che vuoi anche fuggire, che vorresti scappare, e invece vieni abbracciato e stritolato e lanciato in cielo da un immaginario tappetone tenuto da sospettosi orafi bengalesi e svuotatori di cantine sessantenni: è l'
Encyclopédie romana, unica al mondo.
Porta Portese è il trionfo della storia. Nei centri commerciali asettici non si percepisce il passaggio del tempo: qui sì, eccome. Così tanto e così forte che le sue strade, riempite di carabattole e di ricordi, dischi, foto ed echi degli stornelli del
Ponentino Trio, ti ondeggiano davanti e ti disperdono. Se, come spesso accade con le strade romane, sono gentili, possono anche portarti fino ad un laboratorio di pasticceria, dove ci si può arrendere davanti ai bigné o alle crostate; se invece no, toccherà fare qualche giro di più. E io nel mentre pensavo quanto mi piacerebbe portare con me per la città uno con la sufficiente faccia tosta da fare le domande che io non sono capace di formulare - per esempio, al venditore di panni ultra-assorbenti ed ignifughi che fa solo questo in tutti i mercati e che usa metodi di convinzione ancora umani - e un altro che fissa queste realtà in foto serie, come
Basilico ma sugli uomini. Per sentire che siamo stati loro, che siamo loro, che un giorno saremo loro: e tutto ciò rimarrà, perché lo avremo raccontato.
Scivolare di un tango
Lo so che il cielo non è piatto, che non ha una superficie. Non è quel che mi sembra, mentre percorro la solita autostrada: il cielo non si piega come una sfoglia grigia, non ha la consistenza di qualcosa di plasmabile; non sono solide queste sue righe, le mie mani non possono prenderle, scolpirlo, non si può modificare la capigliatura del cielo creando ciocche lucide con questo gel spesso, grigio, dal quale scendono attoniti gli aerei verso Ciampino e che nesuno guarda tranne me.
Sono movimenti scivolosi. E se guardo giù ne vedo altri, brevi gesti delle persone che i finestrini inghiottono, e se mi concentro posso, come sempre, carpire il nervosismo della mano sul carrello della spesa di una ragazza baciata in mezzo alla strada dal ragazzo che la tiene stretta, o la concentrazione nell'evitare gesti dolorosi di quel signore che sale le scale dentro un androne dipinto di verde. O la tristezza di una Panda che ho visto procedere lentissima, a fari spenti, dentro quel palcoscenico polveroso che è il tunnel del Muro Torto, in una solitaria domenica.
Includo in me questo vedere, questa vita per la maggior parte del tempo ignota anche a noi stessi; questo vivere puro, senza scudi, preso secondi prima di alzare le nostre solite difese. E lo considero come un lento, interminabile tango...